Contadini in rivolta contro la dittatura del cardo
di Giuseppe De
Marzo
(Il Manifesto
10/05/2013)
Per i contadini
della Nurra, nel nord ovest della Sardegna, l’identità di una persona e di una
comunità proviene dalla terra. La terra ci dice chi siamo, nutrendoci
materialmente e culturalmente. Negli ultimi anni questa relazione è stata
stravolta da decine e decine di progetti che puntano a rendere l’isola la
regione campione della green economy, l’ultima frontiera del capitalismo verde.
Zio Giacomo difende questa terra da anni, con la passione forte e dignitosa di
un popolo antico. Insieme a suo nipote Giuseppe ha messo su una fattoria
didattica e recuperato un antico pozzo Nuragico, testimonianza di un’antica
civiltà. Come tutti i contadini della zona sta lottando contro chi vorrebbe
fargli piantare solo il cardo per soddisfare la domanda di biomasse della
centrale dell’Eni. Il cane a sei zampe sostiene che la chimica verde segnerà la
rivoluzione agricola sarda.
Il progetto di
Matrica spa e di Polimeri Europa prevede la riconversione degli impianti
dell’ex petrolchimico di Porto Torres nel «polo per la chimica verde». Secondo
l’Eni il futuro è nel cardo, anzi in una particolare specie chiamata Cynara
cardunculus. Così per assecondarne le necessità i contadini della Nurra
dovrebbero abbandonare qualsiasi altra produzione agricola, destinando quelle
che sono le terre più fertili di Sardegna alla crescita esclusiva della materia
prima necessaria agli impianti chimici. A sentire gli esperti ci vorrebbero 100.000 ettari di
terreni e 500.000 tonnellate di materia per sostenere la quantità di biomasse
necessarie alla centrale dell’Eni, come ci racconta C.A.P.S.A. – il comitato di
azione, protezione e sostenibilità ambientale – No Chimica Verde. Non solo tutta
questa terra non c’è, ma la coltivazione del cardo per l’estrazione dell’olio
da utilizzare come combustibile stravolgerebbe l’intera economia della zona e
servirebbe per nascondere la combustione di altri materiali assimilati,
estremamente nocivi per la salute. I 22 mila ettari della Nurra sarebbero
quindi riconverti per una produzione inutile alle economie del territorio, che
tra le altre cose richiede molta acqua e rischia di danneggiarne la
biodiversità. Nonostante gli evidenti limiti, l’obiettivo rivoluzione verde va
avanti, con il consenso delle forze politiche di centrodestra e centrosinistra.
Ai contadini ed ai pastori, organizzati nell’associazione «Nurra dentro-
riprendiamoci l’agro», non rimane che lottare per salvare economie locali,
posti di lavoro, tradizioni, relazioni e cultura.
Ma qui in Sardegna
non sono solo i contadini della Nurra, i comitati a Porto Torres, Sassari ed
Alghero a resistere all’avanzata della nuova frontiera della speculazione
energetica. Sono tante le comunità ed i settori coinvolti. Al moltiplicarsi dei
progetti di grandi aziende energetiche private, imprese di Stato e banche
interessate al nuovo business verde si contrappongono in ogni luogo comitati di
cittadini/e che smentiscono con dati alla mano l’idea secondo la quale sia
sufficiente la parola «green» a garantire nuove opportunità per coniugare
profitto e lavoro con il rispetto dell’ambiente. Qui lo chiamano «il grande
inganno verde», al cui generalismo sono culturalmente piegate le forze
politiche in regione ed a Roma. Il Centro Sociale Pangea, a pochi metri dalla
mancata bonifica tra le più grandi d’Italia, i 23 Kmq dell’ex petrolchimico
dell’Eni di Porto Torres, ricorda i disastri di un modello che in realtà
riproduce la stessa vecchia idea del passato: i vantaggi dello sfruttamento
sono privati e di pochi, mentre i costi sociali ed ambientali restano pubblici
e di tanti. Politiche industriali sbagliate che, come denuncia l’ISDE-
associazione italiana medici per l’ambiente, hanno trasformato la Sardegna nella regione
più inquinata d’Italia. Alla faccia della redistribuzione della ricchezza,
della salute, della crisi ecologica e della credibilità della democrazia
rappresentativa. La speranza è nella riconversione ecologica partecipata delle
attività produttive e della filiera energetica, da organizzare insieme a
lavoratori, comunità e amministrazioni locali. Un metodo diverso, che si fonda
sulla democrazia partecipata e della ricerca della giustizia ambientale.
Per avere un’idea
della vitalità di questi nuovi soggetti basterebbe visitare il portale che da
voce ai territori in movimento, www.arexxini.info . Nonostante il silenzio che
circonda l’argomento, sono moltissimi i conflitti aperti. Oltre a quelli di
Sassari, Porto Torres, Alghero, ci sono Cossoine, Guspini, Narbolia,
Vallermosa, Gonnosfanadiga, Isili, Nurallao, Arborea, Narblia, sono per citarne
alcuni. Tutti impegnati a denunciare i falsi miti sui cui fonda la sua retorica
la green economy, dove il rispetto del territorio ed il lavoro lasciano spazio
ad una realtà fatta di grandi impianti, sprechi, corruzione, disoccupazione,
inquinamento, mancate bonifiche ed intrecci finanziari pericolosi. Come quello
che vede al centro il presidente sardo di confindustria Alberto Scanu nel
progetto di una centrale solare termodinamica a torre centrale a sali fusi,
presentato proprio dalla sua Sardinia Green Island nel territorio di
Villaermosa. Il comitato «Sa Nuxedda Free» appena costituito ha da subito messo
in luce i limiti del progetto, a partire dalla localizzazione dell’impianto
previsto in una zona agricola di 130 ettari che verrà ricoperta da 3500 specchi
eliostatici necessari a riflettere i raggi solari su una torre alta 200 mt. Per
supportare l’impianto è previsto un sistema di riscaldamento a biomasse capace
di portare i sali ad una temperatura superiore ai 260°. Il comitato denuncia la
depredazione del terreno agricolo, la vicinanza al centro abitato e ad altri
nuclei agricoli, l’impatto ambientale per il quale ancora non è prevista la
valutazione e l’utilizzo di prodotti non vegetali per far funzionare la
centrale a biomasse, così come già affermato da molti esperti. Stesso discorso
a Guspini e Gonnosfanadiga, dove la Energogreen, controllata Fintel, vuole realizzare
una megacentrale termodinamica, un parco eolico e due centrali a biogas. Il
Comitato No Megacentrale denuncia come per realizzare l’impianto sarà
necessario livellare più di 200
ettari di terra fertile, spianando e distruggendo le
aree boschive. Una landa di specchi sostituirà un paesaggio fatto di uliveti e
pascoli. Senza contare l’impatto sulle riserve di acqua, circa 50.000 metri cubi
al mese. I geologi sostengono che la ricerca di acqua comprometterebbe le
falde, innalzando il rischio siccità e razionamento idrico per gli abitanti
della zona. Del resto le centrali a biomasse continuano a cadere a pioggia sul
territorio con l’obiettivo di sfruttare gli incentivi di Stato, anche quando
non vi sono campi esistenti di mais o simili che dovrebbero essere adiacenti
alle centrali per garantirne il funzionamento. Nonostante non vi siano piani
agronomici la compravendita di terreni per aziende intenzionate a produrre
biomasse sta segnando un’impennata, con gravi ripercussioni sul tessuto
socioeconomico. Sono molti a dar via terreni e bestiame, dove tra le altre cose
l’aumento della richiesta di biomasse spinge in alto i prezzi dei mangimi.
Altri impianti
termodinamici della Energogreen sono al centro dei conflitti nella zona di
Cossoine, dove il 17 marzo i cittadini si sono pronunciati per l’88% dei voti
contro la centrale con un referendum indetto dallo stesso sindaco. Una lotta
che ha visto vincere un’intera comunità nella difesa del proprio territorio e
nel recupero della sua vocazione agricola. La centrale a regime avrebbe portato
nelle casse della Energogreen 40 milioni di euro grazie agli incentive sulle
tariffe del Quinto conto energia. Soldi facili, garantiti da chi paga in
bolletta gli incentivi sia per produrre energia da rinnovabili sia da fonti
“assimilate”, cioè rifiuti e scarti di raffineria. La liquidità garantita dagli
utenti dell’energia elettrica viene qualificata come “incentivi” e destinata
agli speculatori, alla faccia della crisi economica. Su questo hanno le idee
molto chiare i comitati S’Arrieddu e No Furtovoltaico, impegnati a liberare Narbolia
dai pannelli della Enervitabio, controllata dalla cinese Winsun Luxembourg. Un
progetto approvato illegittimamente e privo di efficacia per la comunità, con
enormi impatti ambientali e sociali. Anche qui il ricatto occupazionale non
regge. A fronte di qualche decina di occupati i comitati denunciano la
scomparsa nell’isola di 97.000 posti di lavoro per la chiusura di moltissime
aziende del comparto agro pastorale. Le cause sono da imputarsi alla corsa ad
accaparrarsi terreni per accedere ad ulteriori incentivi, così da mandare
avanti il ciclo di produzione dell’energia da parte di grandi imprese come la Winsun, che fanno a loro
volta lievitare i prezzi spingendo i piccoli proprietari a vendere ed altri a
corrispondere un affitto troppo elevato causato dagli aumenti della rendita
fondiaria. Allo stesso modo la crescita della domanda di cereali causata dalla
bolla speculativa avviata con il business dei biocarburanti fa aumentare il
prezzo dei mangimi per animali, rendendo insostenibile economicamente portare
avanti attività legate all’agro ed alla pastorizia per i piccoli produttori. La
pratica del “land grabbing”, l’accaparramento massiccio delle terre, sta
trasformando la Sardegna
per l’ennesima volta in una terra di conquista, attraversata da predoni. Una
regione che oggi è costretta ad importare l’80% dei suoi consumi alimentari,
mentre produce una quantità di energia superiore rispetto al suo fabbisogno
energetico. «Questa è una battaglia per la sovranità, contro la speculazione
energetica», ci ripetono infatti i cittadini del Comitato No al progetto
Eleonora durante la marcia della terra che si è tenuta il 20 aprile scorso ad
Arborea. Qui la Saras,
impresa della famiglia Moratti, ha intenzione di trivellare il territorio per
la ricerca di gas metano attraverso il «fracking», la fratturazione idraulica
delle rocce, una tecnica pericolosissima e vietata da molti paesi. Scienziati
degli Stati uniti imputano al fracking la nuova ondata di terremoti in zone non
sismiche come il Midwest, dove le continue fratture e le sostanza utilizzate
come riempitive per tenerle aperte sarebbero all’origine della nuova ondata
sismica. Secondo l’UNMIG, ufficio nazionale minerario idrocarburi, in Italia
sono 39 i pozzi di reiniezione, di cui ben 26 dell’Eni. I cittadini di Arborea
vogliono evitare questo scempio e gli enormi rischi che il progetto
arrecherebbe, a fronte di vantaggi immediati molto piccoli in termini
occupazionali e di danni enormi nelle filiere lattearia, casearia e
agroalimentare. Un inganno verde svelato dalle tante soggettività nuove che in
Sardegna, come nel resto del paese, a partire dalla difesa dei beni comuni
mettono al centro la dignità della persona ed una relazione nuova con la natura
non umana, dalla quale partire per coniugare diritti, lavoro e difesa
dell’ambiente.


