lunedì 29 aprile 2013
Buone notizie
| Sì al parco fotovoltaico, no alle biomasse |
| Con
una delibera Consigliare il Comune di Malalbergo si oppone alla
proposta di tre impianti a Biomasse a San Pietro in Casale nell’area
zuccherifici. Gli scorsi mesi di Giugno e Luglio sono stati molto intensi e dibattuti rispetto al tema “Biomasse” non tanto per progetti proposti da Aziende del nostro territorio quanto invece per proposte provenienti da territori limitrofi al nostro. In particolare l’attenzione e la preoccupazione dell’opinione pubblica in generale e delle Istituzioni locali in particolare si è concentrata sull’area dell’ex zuccherificio di San Pietro in Casale, dove l’ennesimo progetto presentato dalla Sfir, poprietaria di quello che resta dello stabilimento saccarifero, punta alla realizzazione del parco tecnologie eco energetiche che dovrebbe comprendere anche tre impianti a biomasse ( due funzioneranno a mais e uno a cippato ). Il Comune di Malalbergo ha manifestato nel corso del Consiglio Comunale del 19 Luglio scorso, svoltosi presso l’Auditorium di Via Minghetti ad Altedo, la propria contrarietà alla costruzione di queste centrali e ha chiesto che nell’area dell’ex zuccherificio, venga valorizzato il fotovoltaico. Il tutto è contenuto in una delibera che in quella seduta, è stata approvata all’unanimità. La delibera approvata risponde al disagio e alla preoccupazione espressa dalla popolazione comunale alla luce della possibile futura installazione di questi impianti. Per queste stesse motivazioni sul nostro territorio è nato anche il “Comitato arriveremo prima della puzza” presieduto dal professor Piero Versura che ha l’obiettivo di impedire la costruzione arbitraria e indisciplinata delle centrali a biomasse. Il Consiglio Comunale unito e compatto ha chiesto, inoltre, in riferimento al nuovo progetto di Sfir, dove sia finito il “vecchio” progetto che prevedeva la riqualificazione dell’area in polo commerciale. Un progetto quest’ultimo di qualche mese fa scaturito da un accordo fra enti locali e cittadinanza dopo un lungo percorso partecipativo. Dell’ultimo accordo invece, che sostituisce il vecchio e prevede i tre impianti a biomasse, il Comune di Malalbergo non è stato informato. La delibera del Comune chiede quindi, alla Commissione territorio e ambiente e mobilità della Regione, al Comune di San Pietro in Casale, alla Regione e alla Provincia, di dare corso all’accordo del parco tecnologie eco energetiche promuovendo e valorizzando unicamente la realizzazione di impianti per la conversione fotovoltaica dell’energia solare in energia elettrica con sviluppo di relative attività manufatturiere rigettando ogni qualsiasi altra proposta della Sfir che preveda gli impianti a biomasse. Il Consiglio Comunale chiede, inoltre, di richiamare la Sfir all’assunzione degli impegni presi rispetto alla realizzazione del polo funzionale di Altedo–San Pietro così come previsto dagli accordi territoriali approvati nei mesi precedenti perché solo l’attuazione del polo funzionale consentirebbe sviluppo, crescita economica ed occupazionale ad una area importante poiché vicina al casello autostradale di Altedo, così come stabilito dal Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP). Il Sindaco Massimiliano Vogli |
Perchè no
fonte: http://www.ilmanifestobologna.it/wp/2013/04/biomasse-nel-bolognese-dalla-protesta-al-movimento-culturale-che-passa-dalla-difesa-del-territorio/
Biomasse nel bolognese: dalla protesta al movimento culturale che passa dalla difesa del territorio
di Massimo Corsini
Ancora biomasse. Fino alla nausea. Il rischio sembrerebbe essere
quello di scrivere sempre lo stesso articolo. Invece no. Perché è sempre
più evidente che quello che sta accadendo in tutta Italia, ovunque, con
la formazione di comitati spontanei contro la realizzazione degli
impianti a biogas, è ormai un movimento culturale che nasce dalla presa
di coscienza della necessità di difendere il proprio territorio da
quella che sembra essere a tutti gli effetti una minaccia vera propria.
Una minaccia per la salute, per l’ambiente e anche l’economia (non
quella dei costruttori di centrali e di qualche amministrazione).
Lunedì scorso, 15 aprile, all’auditorium di Budrio, il comitato “Mezzolara per l’ambiente” aveva invitato, come relatori, il professor Tamino dell’Università di Padova, il professor Rossi dell’Università di Arezzo-Siena e il professor Corti della Statale di Milano: un biologo, un medico ed un agronomo. È il segno che la gente cerca di capire, vuole conoscere e che in una regione che ha nel proprio DNA le rivolte agrarie, bianche e rosse, i conti senza l’oste non si fanno.
“Che cosa significa essere moderni?” ha chiesto retoricamente il professor Rossi all’inizio del suo intervento, come se aprisse un convegno di filosofia. Ebbene significa conoscere scientificamente e razionalmente che cosa ci viene proposto dalle nuove tecnologie. Questa frase che pare uscita da un illuminista del settecento, in realtà sembra calzare a pennello in polemica contro gli amministratori di Regione e Provincia di Bologna che avevano diagnosticato ai comitati la sindrome di Nimby, “Not in my back yard” (non nel mio cortile).
Il punto è che chi ha investito sul biogas, chi ha programmato a tavolino questo espediente per fare soldi, ha tentato di mascherare sotto forma di energia alternativa qualcosa che in realtà è tutt’altro: non è un sistema ecologico, pulito, riciclabile e, come è stato detto più volte, senza gli incentivi dello stato non sarebbe nemmeno un sistema economicamente virtuoso. O per lo meno: non lo sarebbe per chi utilizza colture dedicate o reperisce presso terzi la biomassa. Il sistema non è ecologico perché, come ha spiegato Tamino, l’energia viene prodotta per mezzo di una combustione, cioè si consuma materia per produrre energia, un processo che in natura è in realtà molto raro, ma soprattutto qualsiasi cosa venga bruciata produce uno scarto: in questo senso l’energia prodotta non è riproducibile.
“Bruciare materia per produrre energia è la cosa più stupida che si possa fare, anzitutto perché abbiamo un problema di materia, anche se sappiamo benissimo che una merce deve essere esauribile per avere un prezzo”spiega lo stesso Tamino. La centrale a biomassa produce energia attraverso un sistema che è molto più simile a quello di produzione industriale piuttosto che a quello di madre natura. In realtà, come ha spiegato il professor Tamino, non si tratta letteralmente nemmeno di un’ energia alternativa: “Quando fanno una centrale a biomassa mica ne chiudono una elettrica, ci avete mai pensato? In Italia abbiamo una produzione di energia elettrica che è due volte la domanda massima, ovvero 55 Gigawatt, mentre abbiamo una produzione che si aggira sui 110. Non c’è bisogno di nuove centrali, ma di sostituire centrali inquinanti con fonti veramente rinnovabili”.
Sia Rossi che Corti si sono concentrati principalmente sul problema dello scarto della biomassa: il “digestato”. Nel digestore (il serbatoio dove avviene la fermentazione anaerobica) si verifica lo stesso processo che avviene nel nostro intestino. “Il vero problema è quello che resta, la cacca dell’impianto”, spiega al volgo Rossi. E in modo altrettanto schietto dichiara: “Io dico chiaramente quello che penso: sono contrario a questi impianti. Quello che resta dopo la digestione anaerobica, il digestato, è popolato da batteri la cui azione sulla salute umana, sugli animali e l’intero ecosistema ha conseguenze non ancora note alla scienza. Oltretutto i vantaggi dell’impianto sono tutti soggettivi, i rischi collettivi e questo non è eticamente accettabile”.
Ma non basta, Rossi esibisce anche una lettera del rettore dell’ università di Padova, nonché docente di microbiologia e preside della stessa facoltà di medicina, che conferma il rischio di insalubrità proveniente dallo spandimento del digestato. “Nel giro di pochi anni avrete tutte le falde inquinate” spiega Rossi, “statene certi”. Non si tratta di fare del terrorismo, secondo le parole del docente toscano, si tratta di essere moderni, come dice lui, nel vero senso della parola, cioè cercare di capire realmente la portata reale di un fenomeno. Poi invita la cittadinanza a rivolgersi al sindaco, Provincia ed ASL.
“Hanno delle precise responsabilità. Noi quello che siamo riusciti a fare a Castiglion Fibocchi, in provincia d’Arezzo, dove abbiamo bloccato la costruzione della centrale, lo abbiamo fatto perchè avevamo al nostro fianco il sindaco che è il primo responsabile della pubblica sicurezza: il digestato, fino a prova contraria, è per legge un rifiuto, e come tale va trattato”. Il pubblico mentre ascoltava sorrideva per l’innocenza con cui Rossi pronunciava queste parole, segno che davvero non sapeva nulla del fatto che l’amministrazione stessa era coinvolta nel progetto di realizzazione della centrale.
Il professor Corti per dare l’ordine di grandezza del problema di cui ci si vuole occupare, ha voluto citare qualche numero: nella sua Lombardia, ormai, ci sono 400 centrali, in Italia sono un migliaio per una media di 800 kilowatt ciascuna: la provincia di Cremona, ha ricordato il professore, è praticamente colonizzata “dalle biogas”, come lui le chiama. Senza contare che quelle sui 200 kilowatt non vengono nemmeno denunciate. “Non pensiamo che il peggio sia passato. Siamo in piena corsa al biogas invece” dice.
Le centrali che si fanno in Italia, poi, rispetto a quelle che del nord Europa, sono a temperatura alta per consentire la pastorizzazione del digestato, mentre le nostre sono a bassa temperatura. Tornando al digestato, ha ricordato poi che la sua composizione può inibire la vitalità del terreno. “È ormai dagli anni ’90 che la produttività agricola è calata anche a causa della diminuzione di fertilità del terreno”, un problema che, come ben si capisce, influisce direttamente sulle rese agricole.
Lunedì scorso, 15 aprile, all’auditorium di Budrio, il comitato “Mezzolara per l’ambiente” aveva invitato, come relatori, il professor Tamino dell’Università di Padova, il professor Rossi dell’Università di Arezzo-Siena e il professor Corti della Statale di Milano: un biologo, un medico ed un agronomo. È il segno che la gente cerca di capire, vuole conoscere e che in una regione che ha nel proprio DNA le rivolte agrarie, bianche e rosse, i conti senza l’oste non si fanno.
“Che cosa significa essere moderni?” ha chiesto retoricamente il professor Rossi all’inizio del suo intervento, come se aprisse un convegno di filosofia. Ebbene significa conoscere scientificamente e razionalmente che cosa ci viene proposto dalle nuove tecnologie. Questa frase che pare uscita da un illuminista del settecento, in realtà sembra calzare a pennello in polemica contro gli amministratori di Regione e Provincia di Bologna che avevano diagnosticato ai comitati la sindrome di Nimby, “Not in my back yard” (non nel mio cortile).
Il punto è che chi ha investito sul biogas, chi ha programmato a tavolino questo espediente per fare soldi, ha tentato di mascherare sotto forma di energia alternativa qualcosa che in realtà è tutt’altro: non è un sistema ecologico, pulito, riciclabile e, come è stato detto più volte, senza gli incentivi dello stato non sarebbe nemmeno un sistema economicamente virtuoso. O per lo meno: non lo sarebbe per chi utilizza colture dedicate o reperisce presso terzi la biomassa. Il sistema non è ecologico perché, come ha spiegato Tamino, l’energia viene prodotta per mezzo di una combustione, cioè si consuma materia per produrre energia, un processo che in natura è in realtà molto raro, ma soprattutto qualsiasi cosa venga bruciata produce uno scarto: in questo senso l’energia prodotta non è riproducibile.
“Bruciare materia per produrre energia è la cosa più stupida che si possa fare, anzitutto perché abbiamo un problema di materia, anche se sappiamo benissimo che una merce deve essere esauribile per avere un prezzo”spiega lo stesso Tamino. La centrale a biomassa produce energia attraverso un sistema che è molto più simile a quello di produzione industriale piuttosto che a quello di madre natura. In realtà, come ha spiegato il professor Tamino, non si tratta letteralmente nemmeno di un’ energia alternativa: “Quando fanno una centrale a biomassa mica ne chiudono una elettrica, ci avete mai pensato? In Italia abbiamo una produzione di energia elettrica che è due volte la domanda massima, ovvero 55 Gigawatt, mentre abbiamo una produzione che si aggira sui 110. Non c’è bisogno di nuove centrali, ma di sostituire centrali inquinanti con fonti veramente rinnovabili”.
Sia Rossi che Corti si sono concentrati principalmente sul problema dello scarto della biomassa: il “digestato”. Nel digestore (il serbatoio dove avviene la fermentazione anaerobica) si verifica lo stesso processo che avviene nel nostro intestino. “Il vero problema è quello che resta, la cacca dell’impianto”, spiega al volgo Rossi. E in modo altrettanto schietto dichiara: “Io dico chiaramente quello che penso: sono contrario a questi impianti. Quello che resta dopo la digestione anaerobica, il digestato, è popolato da batteri la cui azione sulla salute umana, sugli animali e l’intero ecosistema ha conseguenze non ancora note alla scienza. Oltretutto i vantaggi dell’impianto sono tutti soggettivi, i rischi collettivi e questo non è eticamente accettabile”.
Ma non basta, Rossi esibisce anche una lettera del rettore dell’ università di Padova, nonché docente di microbiologia e preside della stessa facoltà di medicina, che conferma il rischio di insalubrità proveniente dallo spandimento del digestato. “Nel giro di pochi anni avrete tutte le falde inquinate” spiega Rossi, “statene certi”. Non si tratta di fare del terrorismo, secondo le parole del docente toscano, si tratta di essere moderni, come dice lui, nel vero senso della parola, cioè cercare di capire realmente la portata reale di un fenomeno. Poi invita la cittadinanza a rivolgersi al sindaco, Provincia ed ASL.
“Hanno delle precise responsabilità. Noi quello che siamo riusciti a fare a Castiglion Fibocchi, in provincia d’Arezzo, dove abbiamo bloccato la costruzione della centrale, lo abbiamo fatto perchè avevamo al nostro fianco il sindaco che è il primo responsabile della pubblica sicurezza: il digestato, fino a prova contraria, è per legge un rifiuto, e come tale va trattato”. Il pubblico mentre ascoltava sorrideva per l’innocenza con cui Rossi pronunciava queste parole, segno che davvero non sapeva nulla del fatto che l’amministrazione stessa era coinvolta nel progetto di realizzazione della centrale.
Il professor Corti per dare l’ordine di grandezza del problema di cui ci si vuole occupare, ha voluto citare qualche numero: nella sua Lombardia, ormai, ci sono 400 centrali, in Italia sono un migliaio per una media di 800 kilowatt ciascuna: la provincia di Cremona, ha ricordato il professore, è praticamente colonizzata “dalle biogas”, come lui le chiama. Senza contare che quelle sui 200 kilowatt non vengono nemmeno denunciate. “Non pensiamo che il peggio sia passato. Siamo in piena corsa al biogas invece” dice.
Le centrali che si fanno in Italia, poi, rispetto a quelle che del nord Europa, sono a temperatura alta per consentire la pastorizzazione del digestato, mentre le nostre sono a bassa temperatura. Tornando al digestato, ha ricordato poi che la sua composizione può inibire la vitalità del terreno. “È ormai dagli anni ’90 che la produttività agricola è calata anche a causa della diminuzione di fertilità del terreno”, un problema che, come ben si capisce, influisce direttamente sulle rese agricole.
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